Sant’Alberto Quadrelli: omelia del vescovo Mons. Maurizio Malvestiti

Sant’Alberto Quadrelli
giovedì 4 luglio 2019, ore 10.00
cripta della Cattedrale

1. Il 4 luglio 1173, a soli cinque anni dall’ingresso in Lodi, sant’Alberto fu chiamato dal Signore e concluse il servizio episcopale nel compianto di tutto il popolo. Lo aveva logorato la dedizione pastorale, particolarmente a favore dei poveri, sull’esempio di san Bassiano, del quale commemoriamo i 1700 anni dalla nascita. Veneriamo l’uno e l’altro, riconoscenti a Dio e ai padri per averne recato le Sante Reliquie in questa cripta a ricordarci il fondamento di ogni chiesa diocesana nell’unica chiesa: Cristo e gli Apostoli. Bassiano e Alberto furono immagine del Pastore Buono e diedero prova di coscienza e responsabilità apostolica tanto da divenire memoria identitaria che tuttora avvicina comunità ecclesiale e civile alla loro eredità, che e’ la carità solidale.

2. Col vescovo, i membri del Capitolo per primi la custodiscono nell’Eucaristia, nella liturgia delle ore e nel sacramento della riconciliazione celebrati in Cattedrale, insieme alla parrocchia di Santa Maria Assunta, cui e’ dedicata. Il mio grazie nei loro confronti è cordiale. E lo estendo alla Curia (Vicario Generale, Cancelliere, Officiali), al Rettore e al Seminario, all’Opera sant’Alberto, col suo presidente, e particolarmente al parroco di Rivolta d’Adda, nostro canonico, presente col vicario parrocchiale, i ministranti e i concittadini del nostro compatrono. Molto gradita e’ la partecipazione del parroco e della delegazione di sant’Alberto in città, degli altri sacerdoti e delle rappresentanze di Caritas e Unitalsi, san Vincenzo, Convegno Maria Cristina, Movimento Apostolico Ciechi, Apostolato della Preghiera, Familiari del Clero e Pro Sacerdotio, coi rispettivi assistenti: sono tutti organismi che a diverso titolo si prodigano a favore dei bisognosi.

3. Così, proprio in questi giorni, mentre deploriamo lo sfruttamento vergognoso della povertà, che sottrae ai piu’ svantaggiati e alla collettività le risorse destinate a dignitosa accoglienza, riconosciamo i meriti di quanti invece credono alla forza umanizzante del dono di sé, incoraggiandoli a rimanere al fianco di ogni fragilità, con intelligenza e generosità, senza discriminazioni. Sant’Alberto, che li accompagna, è per loro un appello ad apprendere dal vangelo il senso autentico dell’elemosina (Mt 5,42; 6,1-4): restituire l’amore ricevuto da Dio, cominciando dai sofferenti, per avere sempre la sua misericordia. “Pregheranno per voi le vostre stesse elemosine”, commenta san Leone Magno (disc. 10, proprium laudense odierno), definendo “più bisognosi di tutti” proprio i ricchi se insensibili al povero, all’ammalato, al prigioniero, allo straniero e all’esule (ivi), mentre “la carità è un prestito al Signore” (Pro 19,17). Così concepita, la carità libera dalla vanagloria e dal clamore, che umiliano e feriscono, incrementando la continuità per consentire a quanti sono in necessità di superarla, provvedendo poi al sostentamento personale e familiare ed anzi a ringraziare venendo incontro all’altrui precarietà. Mentre diamo speranza, Dio, che vede nel segreto (cfr Mt 6,1), ci ricorda che Egli “ama chi dona con gioia” (2Cor 9,7), ma chiede di favorire con ogni possibile prospettiva, purché realistica, la riappropriazione in prima persona della dignità compromessa dall’indigenza.

4. La carità della chiesa di Bassiano e Alberto non potrà essere occasionale, bensì organizzata, perseverante e lungimirante, attenta ai vicini (in particolare ai senza lavoro e alle famiglie) e a chi viene da lontano fuggendo la violenza in cerca di sopravvivenza. Senza mai dimenticare il di più che la deve distinguere, ossia il perché della vita da cercare ad ogni costo da chi la esercita e da chi la riceve. E “chi cerca trova” (Lc 11,10). È il “perché” a determinare il “come” si vive. I battezzati l’hanno trovato, anche se talora lo dimenticano. Devono gridarlo, specie ai giovani: è il Figlio di Dio e dell’Uomo, da amare perdutamente avendo Egli – per primo e gratuitamente – dato la vita per noi. Solo in Cristo è possibile sacrificarci nella croce della fedeltà, del perdono ricevuto da Dio e offerto, dell’abnegazione, della solidarietà. L’altro non sarà più ignorato, rifiutato, temuto, disprezzato ma semplicemente amato. Bassiano ed Alberto furono testimoni di questo “vivente perché”, nel quale abbiamo “il centuplo quaggiù e la vita eterna” (cfr Mc 10, 28-31).

5. Lo stare “Insieme sulla Via”, che impegna la diocesi nel tempo pre e poi sinodale, comprende certamente la carità. L’insegnamento di papa Francesco e’ chiaro: «Camminare insieme è la via costitutiva della Chiesa; la cifra che ci permette di interpretare la realtà con gli occhi e il cuore di Dio; la condizione per seguire il Signore Gesù ed essere servi della vita in questo tempo ferito. Respiro e passo sinodale rivelano ciò che siamo e il dinamismo di comunione che anima le nostre decisioni. Solo in questo orizzonte possiamo rinnovare davvero la nostra pastorale e adeguarla alla missione della Chiesa nel mondo di oggi; solo così possiamo affrontare la complessità di questo tempo, riconoscenti per il percorso compiuto e decisi a continuarlo con parresia (interiore libertà)» (70ma Assemblea Cei, 22 maggio 2017).
La Vergine Madre e i Santi ci ricordano che Gesù “non è venuto a farsi servire ma per servire” (Mc 10,45). Camminare è servire, formandoci vicendevolmente al vangelo dell’umano secondo Dio, e perciò mendicando dai poveri – non invano – il suo regno. Amen.

+Maurizio
vescovo di Lodi


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