OMELIA GIOVEDI’ SANTO

Basilica Cattedrale Lodi
13-04-2017

Tra il Libro e il Calice

1.Carissimi sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, seminaristi, fratelli e sorelle, saluto tutti nel Signore Gesù. Ringrazio il vescovo Giuseppe e voi ad uno ad uno per il ministero tanto sollecito e l’accoglienza nella visita pastorale, resa indimenticabile dalla pazienza e dalla comprensione che mi avete offerto. Esprimo l’augurio pasquale, che estendo ai vescovi Giacomo, Paolo, Bassano e Rino; ai confratelli in festa per significativi anniversari (addirittura il 70mo di sacerdozio per monsignor Mario Ferrari); ai sacerdoti anziani o malati; ai missionari in Niger, Uruguay, Messico, Brasile, Svizzera o altrove operanti, cominciando evidentemente dalla Santa Sede. La lontananza o la sofferenza intensificano l’unità nello Spirito, che ci rende “sacerdoti del Signore e ministri del nostro Dio” (Is 61,6). E’ fraterno anche il ricordo per gli amici che hanno lasciato il ministero ma camminano verso la stessa meta, la definitiva pasqua. Là, ci attendono innumerevoli fratelli e sorelle, vescovi e presbiteri: per loro preghiamo, pensando in particolare a quelli tornati al Padre in questo anno. Là, canteremo per sempre l’amore del Signore (cf salmo 88).

2. Rendiamo grazie a Dio, Uno e Trino, nella Chiesa e nel mondo, noi progenie di San Bassiano, sicuri dell’intercessione della Madre di Dio, dei santi e delle sante lodigiani compresi Francesca Cabrini e Vincenzo Grossi a cento anni dal loro ingresso nell’eterna Gerusalemme. Siamo felici per il Sacro Triduo. Ci apprestiamo a viverlo, comunicando al Pane e al Calice della Salvezza e solo anticipando la Liturgia celeste. Partecipi dell’Unzione di Cristo, celebriamo Lui in comunione con la Chiesa, che l’Eucaristia, memoriale della morte e risurrezione del Signore, significa ed alimenta, dandoci la forza e la libertà di confermare noi stessi nel dono e nelle promesse sacerdotali. Siano coinvolti il cuore, la mente e l’anima, tutte le forze del corpo e dello spirito. Non presumiamo certo di noi stessi e ci affidiamo alla fedeltà del Pastore Buonoriconoscendo umilmente debolezze e peccati, fiduciosi però nella misericordia divina.

3. Siamo tra il Libro e il Calice – direbbe san Giovanni XXIII (omelia nella presa di possesso del Laterano e nell’ingresso a Venezia). Il Figlio di Dio Nostro Fratello ci ammaestra col Vangelo e i Santi Segni perché “oggi” si compia in noi “questa Scrittura” che abbiamo ascoltato (cf Lc 4, 21). Lo Spirito ci fa guardare sia all’Altare sia al mondo. “Ogni occhio lo vedrà” (Ap 1,7). Attorno a questa mensa, lo sguardo e il cuore di Gesù ci guidano a scorgere l’opera di Dio nel nostro tempo perché ritroviamo coi fratelli noi stessi. Siamo figli chiamati nella chiesa ad essere padri. Solo in Cristo, e nella chiesa piantata nel mondo, semplice e modesta come si affaccia nelle nostre parrocchie, ci è data quell’irrinunciabile dimensione familiare – umana e divina – senza la quale non vive nemmeno il prete, avido com’è anche il suo cuore di avere una sposa – e Cristo ci dona la sua – e di sentirsi corpo ecclesiale – e Cristo ci rende un solo corpo e un solo spirito (preghiera eucaristica III) – con tutti i figli e le figlie di Dio. Ecco perché la Chiesa, di cui Cristo è capo e noi membra, deve essere “il tutto” del sacerdote. Gesù Sposo la purifica da ogni macchia perché rimanga giovane e bella nel “mistero grande” (cf Ef 5,32) dell’unione pasquale. In essa il sacerdote troverà gioia sorgiva, mai alterata, per la sua unica vita, se si consegnerà ogni giorno al Signore con l’ardore dell’ordinazione. Mai sarà stanca di lui la chiesa purché egli torni sempre al Signore ostinatamente misericordioso. Siamo noi – purtroppo – a stancarci della Chiesa e del suo Sposo e Signore. Gesù ci pone tra il Libro e il Calice perché vinciamo ogni tentativo di evasione o di fuga. Lo Spirito ci riprende in “un cuor solo e un’anima sola” (At 4,32) a recare nel mondo quella misericordia e quella comunione posta nelle nostre mani con divina perseveranza. Ci vuole protagonisti coi fedeli nell’unica missione, grazie ai carismi donati da Dio per la comune utilità, inseriti con riconoscente convinzione nella tradizione vivente della Chiesa.

4. Cari confratelli, il venerdì di Passione ho ricordato tutti portando la Croce del Giubileo dalla Cattedrale alla Maddalena e venerando il Crocifisso del Beato Oldo. È tanto impegnativo questo precedere il popolo laudense! Implica – per grazia – l’essere servi di tutti. Vescovi e presbiteri presiedono. Tremendo sarebbe se non fossimo anticipati, accompagnati e sorretti da Cristo Maestro, Sacerdote e Pastore, il solo che può portare a termine l’opera iniziata da Dio in noi (cf rito di ordinazione). Egli è il Primo e l’Ultimo (Ap 1,17). È principio e compimento. Lo professiamo apertamente. Ma credere ciò esige che ogni atto del nostro sacerdozio – e benché peccatori – ogni ambito dell’esistenza esprimano la volontà di convertirci alla novità del Vangelo, nella forma presbiterale e in termini totalizzanti. La grazia divina e la nostra decisione ci sottraggono ad un ministero privo dell’entusiasmo che merita. Non voglia il Signore che la fragilità sia assecondata o minimizzata. Ogni pasqua è novità potente e più insistente di ogni precarietà. Ripartire è possibile sempre nell’amore fino alla fine che oggi spalanca davanti a ciascuno singolari opportunità. La Chiesa è al nostro fianco. Ci vuole padri, fratelli ed amici e perciò instancabili servitori motivati dall’amore del giovedì santo.

5. C’è un salmo che interpreta possibili confidenze sacerdotali col Signore: “Penso a te nelle veglie notturne” (62, 7). A nessuno mancano le notti insonni o quelle angoscianti dello spirito. Forse il Signore le usa per interrogarci sul perché del rimanere suoi ministri fino alla fine. Unica giustificazione appagante è l’amore, che ci comunica la mensa eucaristica, nella quale in persona Christi capitis siamo chiamati a stare davanti a Dio e ai fratelli unendo l’esistenza al Sacrificio Divino. Se diamo di meno prepariamoci a notti interminabili. Nelle solitudini esistenziali, affettive, pastorali, in quelle della sofferenza spirituale o della malattia – tanto umane e capaci di dare verità al “sì lo voglio” delle promesse sacerdotali – comprendiamo perché appassionatamente ci abbia detto e ripetuto: “rimanete nel mio amore” (Gv 15,9; cf Lett. past. “In memoria di Me” nn 7-14). Solo nel Suo amore regge la vita del pastore. È Amore Trinitario. Il “sì” è al Padre Misericordioso, che ci rende a nostra volta “padri” nel “sì” del Figlio Gesù, consegnando anche a noi i figli di Dio per quello che sono, sensibili o meno, attivi o da trascinare. Sono “nostri” in questa società senza padri e madri. Sono – come pecore senza pastore – bisognosi di guide e non di mercenari con altri interessi. Un’impresa seria di paternità e fraternità è il sacerdozio. Non consente scorciatoie, che tentino di far riposare lontano dal Signore l’unico cuore che abbiamo. Il nostro “sì” è allo Spirito, che soffia dove vuole: se vaghiamo nella dispersione ci riporta a tessere l’unità. Non tergiversiamo col Signore. Arrendiamoci in questo giovedì santo – non nel prossimo – curvandoci totalmente  – come Giovanni – sul cuore del Salvatore. È il comando: “fate questo in memoria di Me” a far maturare il legame sponsale e pastorale col Signore in abbondanti frutti di paternità e fraternità. Quotidianamente il ministro ordinato è tenuto però a chiedersi: hai veramente lasciato padre e madre (e ciò che significano) per essere una carne sola (cf Mt 19,5) con la Chiesa di Cristo?  La risposta verrà giorno per giorno nella Messa. E nell’adorazione. Non in quella frettolosa di calendario bensì nel sostare il più possibile – non fa nulla se al termine di giornate impossibili – davanti al Signore per non essere mai pane stantio per i propri fedeli bensì “pane puro di Cristo” (S. Ignazio di Antiochia).

6. Il fermento eucaristico interpellerà la chiesa tramite ciascuno di noi per contribuire a mantenere la società lodigiana veramente solidale. Famiglie e giovani intuiranno subito il sapore pastorale della nostra presenza sensibile alla gente e ad ogni povertà in nome di Cristo. Giungeranno al cuore del prete problemi su problemi. Tutto sul suo cuore. La frazione del pane indica però che il loro superamento è sempre possibile “nella paternità e nella fraternità perché tutto è grazia di Dio” (San Giovanni XXIII). La nostra condivisione si dilaterà al mondo nella vicinanza da offrire a tutti. Ai cristiani copti per primi. Celebreranno numerosi la Pasqua – quest’anno nella stessa data – anche nella nostra diocesi, come a Lodivecchio i cattolici eritrei di rito orientale, e in Lodi, oltre ai romeni ortodossi, per la prima volta anche i fratelli del patriarcato di Mosca. L’ospitalità ecumenica precorre così la visita di Papa Francesco in Egitto a stemperare l’apprensione con la preghiera. Ut unum sint (Gv 17,21): è la supplica sacerdotale che Gesù ci affida. E’ mandato pasquale. Deve ricevere in noi la stessa risonanza dell’invocazione per tutte le vocazioni, in particolare quelle al sacerdozio, affinché la Chiesa, coi suoi ministri e tutti i suoi figli, continui a sperare di potersi presto abbeverare all’Unico Calice. Amen.

 + Maurizio, Vescovo