400 Lodigiani in visita dal Papa

Con il corpo affaticato, sorretto dal bastone, ma con il volto illuminato dal sorriso ineguagliabile, alimentato da una forza d’animo illuminata dalla fede, Papa Francesco ha accolto la nutrita delegazione lodigiana, ieri, in quello che si configura come un vero e proprio momento storico per la diocesi di San Bassiano.  Un momento segnato da tre elementi fondamentali, citati dal vescovo Maurizio nel suo discorso di saluto e ribaditi dal santo Padre. In primis quel legame di “parentela” dato dai natali lodigiani di don Pozzoli, che battezzò il piccolo Jorge Bergoglio e lo accompagnò nel suo cammino di fede, e di madre Cabrini, santa lodigiana patrona dei migranti. E poi la fraternità tra la Chiesa universale e una Chiesa particolare che ha compiuto il suo Sinodo esprimendo la volontà di trovare strade nuove per percorrere il cammino di Cristo, e infine il ricordo della pandemia, che ha colpito il lodigiano con forza impetuosa e terribile.

Il viaggio

Spinti da queste tre motivazioni, quasi quattrocento lodigiani si sono messi in cammino, accompagnati dal vescovo Maurizio, per questo appuntamento unico. Alcuni sono partiti nella notte, con i pullman, e sono arrivati all’ombra del colonnato di San Pietro con gli occhi stanchi ma emozionati, altri in treno oppure con mezzi propri, pronti a darsi appuntamento all’ingresso del palazzo Apostolico. L’attesa, in una Roma ancora assediata dal solleone, il cammino timoroso tra le meraviglie dell’edificio, al seguito delle guardie svizzere, poi l’ingresso nello splendore antico della sala Clementina, l’attesa trepidante che si è sciolta in un applauso.

Il Papa e il vescovo Maurizio

Papa Francesco è entrato con il suo bastone, con qualche minuto di anticipo, raccogliendo il saluto dei presenti, primi tra tutti il vescovo Maurizio e il vescovo emerito Giuseppe, e poi nelle parole di monsignor Malvestiti, il saluto di tutta una comunità che ha seguito spiritualmente questo pellegrinaggio: «Le famiglie, i poveri, gli ammalati, gli anziani, i disabili, i carcerati, gli adolescenti e i giovani che pochi giorno fa hanno partecipato all’intenso pellegrinaggio in Terra santa». Il vescovo ha ricordato come, ispirati dal suo accorato appello, i giovani hanno pregato per la pace e tutta la diocesi, dopo aver invocato lo Spirito durante il Sinodo, si prepara a continuare la missione animata dall’incontro con il Pontefice, per rendere il mondo una casa fraterna. E proprio qui, quando il vescovo ha citato don Pozzoli, si è aperto un primo sorriso di Papa Francesco: il sorriso di chi, ascoltando, torna con la memoria ai momenti più dolci del passato. Un sorriso che è diventato una risata amichevole quando il vescovo ha chiesto se, in virtù di questo legame, non si possa sperare in un viaggio apostolico in quella terra lodigiana che è stata baciata anche dalla grazia di aver dato i natali a santa Cabrini, patrona dei migranti.

Il discorso di Francesco

Il vescovo di Roma, inforcati gli occhiali per leggere il suo discorso, prima di tutto ha ammesso questo legame speciale con il Lodigiano, un «legame di parentela battesimale»: «Siamo un po’ parenti, e il filo che ci unisce è più forte del sangue, perché è quello del Battesimo». Il Papa non ha dimenticato Santa Cabrini, ricordandone l’impegno in Argentina e l’attualità della sua missione: «Io sono figlio di migranti» ha detto, tornando ancora alla sua infanzia, ed esprimendo ammirazione per quella donna che partì da Sant’Angelo per «testimoniare la vicinanza della Chiesa ai migranti».

La fede va trasmessa in dialetto

Questo ritorno con la memoria all’infanzia ha convinto Papa Francesco, con quella semplicità a cui ci ha abituati, a fare una riflessione sulla trasmissione della fede attraverso le generazioni.

Ci interroghiamo su nuovi metodi e linguaggi, ma la via maestra per questo passaggio del testimone è appunto la testimonianza di una vita plasmata dal Vangelo, una testimonianza di fede che si trasmette nella famiglia, dai nonni e dalle nonne ai nipoti: «La fede – ha sintetizzato il Pontefice con un’espressione efficace – si trasmette in dialetto».

La pandemia

Il Papa ha guardato i sindaci riuniti davanti a lui, una trentina, con la loro fascia tricolore, provenienti dal Lodigiano e, in particolare, dalla Bassa, da quei Comuni che per primi in occidente furono rinchiusi in una “Zona rossa”. «La pandemia è un’esperienza complessa, troppo grande per nominarla pienamente – ha sospirato -. Tuttavia, non possiamo e non dobbiamo tralasciare una verifica seria, a tutti i livelli. Ripartire non vuol dire dare un “colpo di spugna”. Oggi, il segno che date è quello di una comunità che vuole ripartire insieme, facendo tesoro dell’esperienza vissuta». Si è interrotto, ha messo da parte i fogli, e prima di proseguire ha espresso un ringraziamento dal cuore: «Voglio dire un grazie grande – un grazie grande! – ai medici, agli infermieri, ai volontari, ai cappellani, ai sindaci, per il modo testimoniale in cui avete vissuto questa dolorosa pandemia. Siete stati un esempio. E tanti di voi sono rimasti lì, servendo gli ammalati. Grazie! Grazie per questo che avete fatto».

La benedizione apostolica

In chiusura, il Santo Padre ha impartito la benedizione a tutti i presenti, e non ha dimenticato l’appello che ripete ogni volta: «Vi chiedo, per favore, di non dimenticatevi di pregare per me, perché questo lavoro non è facile». Non è un lavoro facile: in mattinata, il Papa era preso da altri importanti impegni, ma questo non gli ha impedito di stringere la mano a tutti i presenti. «Nessun inchino, nessun baciamano, il Papa non vuole» aveva anticipato il cerimoniere, e così è stato un saluto amichevole, quasi informale: qualcuno ha condiviso un piccolo dono, qualcun altro poche parole, tutti hanno ricevuto un sorriso che sicuramente rimarrà nella memoria e nel cuore di ciascuno per sempre.

Articolo di Federico Gaudenzi tratto da il Cittadino del 27/08/2022

Il testo ufficiale del discorso del Papa

La notizia sulle pagine del sito della Santa Sede e di Vatican News

INSERTO DE IL CITTADINO DEL 27/08/2022

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