Colloquio di San Bassiano 2026

Chiesa e società: beni culturali e cura delle fragilità

L'intervento del Direttore del Museo don Flaminio

Nella prima cappella di destra, che siamo soliti chiamare olivetana, semplicemente perché vi sono dipinte alcune scene di vita olivetana, è raffigurato un monaco che regge tra le mani un libro aperto: su una pagina è il Crocifisso e sull’altra si legge cur Deus homo. Un tempo le cappelle, l’aula ed il presbiterio di questa Chiesa erano affrescate, ma con la soppressione napoleonica del 23 giugno 1798 il tempio fu spogliato, i beni mobili venduti all’asta, il campanile mozzato, la cripta interrata, le pitture ricoperte con calce e San Cristoforo divenne una scuderia per cavalli. Si è salvato ben poco, tra cui il nostro monaco con il libro aperto e la scritta cur Deus homo che tradotta letteralmente suona perché Dio uomo, vale a dire perché Dio [si è fatto] uomo. È il titolo di un celebre trattato del grande filosofo e teologo Sant’Anselmo d’Aosta scritto nel 1098. Anselmo intende dimostrare quanto noi uomini abbiamo bisogno di un salvatore come Gesù Cristo. Con il peccato l’uomo ha offeso Dio, spiega il santo, ma un conto è offendere un suddito, altro conto è offendere un re e ancora peggio è offendere Dio. Non basterebbe tutto l’oro del mondo per rimediare a tale errore. È necessario un Salvatore capace di rimediare pagando un prezzo infinito a Dio e soltanto Dio è in grado di farlo. E non basterebbe ancora, perché se pagasse Dio l’uomo rimerebbe nel peccato. Pertanto, ci vuole un Dio che si faccia uomo. Gesù realizza questa soddisfazione, cioè questo rimedio, in quanto vero Dio e lo fa in maniera vicaria, cioè sostituendosi a noi, in quanto vero uomo. Tutta l’arte cristiana, infondo – e ogni museo diocesano è un tempio di arte cristiana – racconta e celebra quella fragilità umana che Dio prende su di sé per riconciliarci con Lui e quindi con noi stessi. Così la nostra fragilità che un insieme di fragilità diventa il capolavoro di Dio nella misura in cui aderiamo al suo disegno con l’esercizio responsabile della nostra libertà.

Direttore Museo Diocesano d'Arta Sacra Lodi
Don Flaminio Fonte, direttore del Museo

Lo racconta la tavola della deposizione di Simone Peterzano, che è possibile ammirare nella sezione della passione e della morte di Cristo, allievo di Tiziano – addirittura si firmerà per tutta la vita Simone Titiano – e celebre maestro dell’ancora più celebre Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. L’opera si colloca negli anni ’80 del ‘500, proprio nel tempo dell’apprendistato del giovane Caravaggio presso la sua bottega Milanese: le fonti d’archivio permettono di collocarne l’apprendistato tra il 1584 e il 1588. Il corpo di Cristo deposto dalla croce, dipinto proprio alla maniera michelangiolesca della Pietà vaticana, si staglia sul manto color lapislazzulo della Vergine Maria, addolorata eppure perfettamente sovrana. Dietro a loro si staglia il discepolo amato, Giovanni, l’unico dei discepoli al Calvario, sotto la croce del maestro. Egli guarda il cielo e lo indica con l’ampio movimento della mano come a rivelare che lì la sta soluzione a quel dolore innocente, ingiusto, crudele, enorme. La Madre e il discepolo amato sono così latori della buona notizia nuova del Vangelo: la morte è vinta per sempre. «Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» domanda con arguzia San Paolo nella prima lettera ai Corinzi. Maria e Giovanni sembrano ben comprendere che non finisce così la vicenda dell’uomo di Nazareth e di ogni uomo: la nostra fragilità è redenta.

Particolare del polittico di Alberto Piazza

Anche alle nostre spalle di nuovo è protagonista questa speranza che non delude. Alberto Piazza probabilmente attorno agli anni ’20 del ‘500, nel polittico dell’Assunta, restaurato e soprattutto ricomposto dopo secoli dallo smembramento, raffigura la Vergine sul letto di morte circondata dagli apostoli in pietoso cordoglio: è la dormitio Virginis. Eppure, quel corpo fragile, sul quale la morte si è abbattuta, è destinato a ben altro. È, infatti, condotta in anima e corpo, così si esprime la formulazione dogmatica dell’Assunzione di Maria Santissima del 1950, da un corteo di angeli alla celeste gloria, ove il Padre la incorona regina.

L’arte cristiana, un tempo e oggi ancora Bibbia pauperum, racconta l’efficace cura che Dio presta senza posa alla nostra fragile condizione. Il Creatore onnipotente quale Padre provvidente si prende cura delle sue creature. «Voi stessi date loro da mangiare» dice Gesù ai discepoli di allora e di oggi, durante la famosa moltiplicazione dei pani e dei pesci. Non basta che la sua cura sia efficace, Egli domanda a ciascuno di noi di prendersi cura del proprio fratello. «Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13, 15) dice durante il lungo discorso d’addio nell’ultima cena con i suoi. E allora torniamo al nostro monaco e al suo libro: cur Deus homo. Perché Dio si è fatto uomo? Sant’Atanasio, il grande patriarca di Alessandria d’Egitto, campione della fede nicena, risponde: «il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio». La cura della fragilità ha funzionato eccome! L’arte di Dio, il suo capolavoro che ci chiede di condividere sempre e con tutti, non delude, mai.

don Flaminio Fonte, direttore del Museo

 

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