
Il contesto è quello della Lunga notte delle Chiese, un’iniziativa giunta all’11esima edizione e che tocca la diocesi di Lodi per la seconda volta: venerdì scorso il nuovo Museo Diocesano ha aperto le porte a una serata che ha messo in stretto dialogo arte e musica.
Dopo una visita guidata al Museo, il pubblico ha assistito a un concerto proposto dal coro Intende Voci, diretto dal maestro Mirko Guadagnini, con l’esecuzione del Requiem in re minore K 626 di Mozart. A introdurre la serata, il saluto del vescovo Maurizio, che ha ricordato la visita di Papa Leone a Sant’Angelo Lodigiano il prossimo 20 giugno e ha distribuito al pubblico un’immagine di Sant’Agostino con l’esortazione ad essere “eterni cercatori di Dio”.
L’appuntamento si colloca in un anno di grande densità simbolica, facendo da ponte tra la celebrazione del genio musicale di Mozart, di cui ricorrono i 270 anni dalla nascita, e la spiritualità francescana, nell’ottavo centenario della morte del Santo. Prima di dare spazio al capolavoro mozartiano, il concerto si è aperto con due mottetti sacri, che il coro (trenta elementi di grande sensibilità e professionalità) ha eseguito a cappella dietro l’altare, con un effetto sonoro di straordinaria suggestione: il primo, Abendlied (Canzone della sera) di Joseph Gabriel Rheinberger, è una riflessione in musica su un brano del Vangelo di Luca, un piccolo capolavoro di serenità che fonde il rigore contrappuntistico con le armonie espressive del Romanticismo. L’altro brano, Christus factus est di Anton Bruckner, basato sul testo della Lettera ai Filippesi di San Paolo, proietta l’ascoltatore in un’atmosfera carica di pathos e mistero.
E si arriva al cuore de concerto, il Requiem di Mozart, considerato il suo testamento musicale e spirituale. La versione presentata è quella trascritta per pianoforte a quattro mani (qui eseguita da Fabio Mancini e Riccardo Villani) da Carl Czerny nel 1828: una versione cameristica più adatta a spazi ridotti, che però non sacrifica la pienezza dell’effetto “orchestrale”. Detto questo, il direttore Guadagnini (impeccabile per tempi e colori) e il coro, con i quattro eccellenti solisti (Laura Dacomo, Ilaria Molinari, Pierfranco Manzi e Massimo Pagano), hanno coraggiosamente sfidato l’acustica di un ambiente non progettato per la musica, dove, specialmente nelle parti in cui la potenza vocale del coro veniva – opportunamente e con efficacia – spinta al massimo, l’effetto non premiava la pulizia della sovrapposizione delle diverse parti vocali, che andava immaginata al di là di quello che arrivava effettivamente all’orecchio. L’esecuzione ha emozionato il pubblico, che ha premiato i musicisti con una standing ovation prima del toccante “Lacrymosa” richiesto come bis.
di Annalisa Degradi
