I discepoli di Gesù azzardano un giudizio pesante sul cieco dalla nascita. “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” Bel complimento! Non sono molto lontani, i discepoli, dall’apprezzamento dei Giudei: “Sei nato tutto nei peccati”. Prevale l’idea di un Dio inflessibile nel punire il peccatore. L’ira di Dio era predicata anche da Giovanni Battista, ma Gesù ha corretto il tiro: il suo annuncio non è minaccia, ma buona notizia, vangelo della misericordia e compassione di Dio. La risposta di Gesù suona come una smentita. “Né lui ha peccato, né i suoi genitori”. Sventure, disgrazie, calamità non sono sanzioni che Dio infligge a causa del peccato, spazio di sfogo della sua ira. Semmai sono occasioni perché “siano manifestate le opere di Dio”. Gesù si fa prossimo di questo cieco nato e con il suo intervento anche questa creatura acquista la sua integrità, cioè la piena autonomia e la capacità di godere la bontà e bellezza di ciò che lo circonda. E così può partecipare dello sguardo stesso di Dio che nella creazione si compiace del bene uscito dalle sue mani: “e vide che era una cosa molto buona”. Anche quando la creatura non corrisponde più al disegno originario, Dio non rinuncia al suo sguardo benevolo. Per questo Gesù recupera il cieco alla integrità dell’origine con il gesto che richiama la plasmazione del primo uomo col fango: “fece del fango, spalmò il fango sugli occhi del cieco”. Si manifestano così “le opere di Dio”, il quale crea e ricrea.
Dio non perde il suo sguardo di amore sulle sue creature, ma è sempre disponibile a riplasmarle, ridonando loro l’integrità perduta con il peccato, mediante la Luce che è Gesù. Luce risplendente davanti agli occhi riaperti di chi nel battesimo si è immerso in quella piscina di Siloe che è la Chiesa: “si lavò e tornò che ci vedeva”. Senza la luce del Signore noi restiamo ciechi e brancoliamo nel buio dell’esistenza. È di questo vedere più profondo che ci parla il Vangelo di oggi. Chi è o chi sono i veri ciechi di questo episodio del Vangelo? Eccetto il cieco, tutti i personaggi della vicenda sono dotati della vista fisica. I vicini e conoscenti del cieco nato pongono domande, ma non si interrogano, non si pongono in questione e restano alla superficie dell’evento; non vedono. I genitori del cieco nato, per paura non vanno oltre una banale e distaccata constatazione del fatto; non vedono. I farisei con il loro sapere teologico, autosufficiente e impermeabile, arrivano a qualificare come peccatori Gesù e lo stesso cieco nato, pur di non lasciarsi interpellare dall’evidenza dei fatti. Senza la luce del Signore si è tutti ciechi. Occorre lasciarsi abbagliare dallo splendore della verità che è Gesù; custodire i sensi perché si orientino al bene e alla verità per cui sono stati fatti; occorre domandare al Signore che aiuti a vedere con la fede, come il cieco che non soltanto ha acquistato la vista, ma ha professato la fede: «“Credo, Signore!” E si prostrò dinanzi a lui.»
