22 febbraio 2026 - I Domenica di Quaresima

Le risorse nella prova

Nel deserto Gesù è condotto per essere tentato dal diavolo. E si rivela atleta di combattimento spirituale, modello per tutti coloro che intendono avventurarsi in quella esperienza. Lo Spirito lo ha spinto nel deserto per affrontare la prova, non per fuggirla. Con quale disposizioni d’animo? Anzitutto il coraggio. Cristo, come Davide di fronte a Golia, non cede alla paura, non si lascia prendere dal panico, non perde la lucidità di respingere ad una ad una le mosse dell’avversario, non teme la solitudine. Gode di una forza che non presume di sé, ma confida in Dio. È la fortezza di cui l’ha dotato lo Spirito Santo nel battesimo al Giordano. E questo dono Gesù partecipa anche a coloro che affrontano in Quaresima un esercizio spirituale coraggioso di imitazione più intensa del Signore e di ascolto più abbondante della sua Parola. Né questo mondo, né le potenze avverse che lo traviano, potranno renderci pavidi.

Un’altra disposizione di Cristo a cui possiamo attingere è la pazienza provata, antidoto alla resa e al pessimismo. Gesù resiste in un digiuno prolungato e in condizioni dure di esistenza, sostiene un confronto impegnativo con il tentatore, senza arretrare. Noi nella prova ci poniamo facilmente domande che sanno di resa, se non di disfattismo: “Cosa ci sto a fare nel deserto, isolato da tutto e da tutti?” “Perché devo affrontare il tentatore: non è meglio sottrarmi, evitarlo, fuggire?” “Perché sprecare tanto tempo in pratiche improduttive?” Il pessimismo è un tarlo che ci rode dentro e che paralizza ogni buona intenzione. Toglie la stima di sé e genera permanente conflittualità. È la tentazione dell’uomo contro Dio, da cui Gesù mette in guardia: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”. La pazienza invece anche nelle avversità è propositiva e riesce a cogliere tutte le risorse che la vita mette a disposizione. La prima delle quali è la potenza del Vangelo: “Sta scritto…”. Un terzo sentimento è la fiducia. Non certo quella illusoria nel benessere assicurato o in una presunta onnipotenza terrena. Nella prova questa illusione svanisce come neve al sole. E allora subentra la sfiducia, avanzano in fila indiana le domande: “ma Dio ce l’ha con me?”, “dove sta Dio?”, “perché non interviene?”, “cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?”.

Domande comprensibili, che chiamano però in causa la nostra responsabilità, prima che un Dio dalla bacchetta magica. Nella lotta Cristo non è solo; se lo contrasta il tentatore, non lo lasciano gli angeli, compagni di lotta e conforto: “gli angeli gli si avvicinarono e lo servivano”, segno che il Padre è con lui. Nella prova Cristo ci comunica la ferma persuasione che Dio non ci abbandona totalmente a una tentazione insostenibile.  Quando il Padre del deserto Antonio, sfinito dalla lotta contro le tentazioni, vede il Signore in un raggio di luce, gli chiede: “Dov’eri? Perché non sei apparso fin dall’inizio per porre fine alle mie sofferenze?”. Si sente rispondere: “Antonio, ero qui a lottare con te”.

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