4 ottobre 2026 - XXVII Tempo ordinario

Cosa può succedere nella vigna del Signore

La parabola dei vignaioli parte dalla descrizione di un proprietario, un padrone di casa, che mette in piedi con cura una vigna dotata di ogni attrezzatura e l’affida per la coltivazione a dei dipendenti. È l’immagine di Dio, gestore del mondo, che sceglie un popolo, la vigna, e l’affida a operatori che attendano alla sua coltivazione perché produca i frutti desiderati. Ma ad un crescendo della premura di Dio per il suo popolo, corrisponde una resistenza sempre più forte al Signore, soprattutto da parte dei responsabili, gli operai della vigna.

Quando il proprietario invia i suoi emissari a ritirare la produzione, gli operai si ribellano, maltrattandoli, e addirittura arrivando ad uccidere suo figlio: è come se avessero ucciso lui. In poche pennellate Gesù descrive davanti ai suoi avversari, i capi dei sacerdoti e i farisei, la vicenda di chi non ha riconosciuto il dono della propria elezione, e ne ha fatto un possesso privato, di cui non rendere conto a nessuno; anzi ha maltrattato e ucciso le figure profetiche che richiamavano all’autentica cura del popolo nella fedeltà alla Legge, al Tempio; a colmare la misura è sopraggiunto infine il rigetto dello stesso Signore di questo popolo, nell’uccisione del Figlio. I capi dei sacerdoti e i farisei “riconobbero che parlava di loro”. Ma non solo di loro. Anche chi si appella al Vangelo può infatti arrivare a sequestrare Dio e i suoi doni per sé, fino ad ucciderlo, quando si vive delle “cose della fede” senza credere. Confermando così in chi si professa non credente o indifferente la convinzione che veramente “Dio è morto” e il vangelo è una illusione. Per questo Gesù è severo nel suo giudizio verso chi, con la propria vita, bestemmia Dio: “A voi sarà tolto il Regno di Dio”. In altra occasione aveva senza mezzi termini sentenziato: “i vostri padri hanno ucciso i profeti e voi costruite i loro sepolcri. … Guai a voi che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito”.

Parole che non si riferiscono soltanto a chi lo osteggiava allora, ma a chiunque, anche nella Chiesa, mantenga una chiusura agli appelli alla conversione permanente e all’autenticità evangelica, da parte degli inviati di Dio, i testimoni, i profeti, i santi. Come san Francesco che predicava la riforma della Chiesa, convertendo anzitutto sé stesso in esemplare di vangelo vivente. A operai di questo genere il Signore consegna il suo Regno, sottraendolo a coloro che lo hanno rinnegato con la loro controtestimonianza: “sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”. C’erano altri “riformatori” al tempo di Francesco, ma la “diversità” del loro messaggio rischiava di diventare “divisione”, frutto avariato per il popolo cristiano, presentando per di più un’immagine di Dio contraddittoria. Francesco, con il suo vissuto evangelico e la sua fraternità umile, il “minore” nella comunità, ha rinnovato la Chiesa e ha seminato la pace nella sua epoca travagliata.

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