Questa è la domenica che nella liturgia tiene insieme due estremi: l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme e la sua passione, il bagno di folla e la solitudine estrema. Gesù è consapevole che è giunta la sua ora e che non c’è più motivo per proteggere dal fraintendimento la sua identità di Messia e Figlio di Dio; ormai la gente è autorizzata proprio da lui ad esprimere l’entusiasmo di poterlo osannare. Ma nel suo intimo è fermo il proposito di vivere fino in fondo la sua vocazione con stile di servizio, mitezza e umiltà. Esplode così la gioia a cui egli non si nega, ma senza lasciarsene catturare: non ha mai cercato l’applauso o il consenso, né misurato l’audience; ha sempre insistito che non fosse travisata la sua missione o scambiata con mire di successo o prestigio terreno. Adesso, che è impaziente di “bere il calice” dell’amore fino alla fine, lascia che si scateni anche l’impazienza dell’ammirazione della folla. E nasce la festa di una felice intesa tra Gesù, Signore mite e umile, e la gente, la “folla numerosissima” che con i propri mantelli stende un tappeto al passaggio del re che ha conquistato i loro cuori. Un’altra folla è invece in allarme: “tutta la città (di Gerusalemme) è presa da agitazione” e sospetto “Chi è costui?”.
Tra queste due folle che si alternano e si sovrappongono notiamo il percorso lineare di Gesù che procede diritto verso la meta. E sappiamo quale delle due folle prevarrà, tra la prima dell’ “osanna” e quella del “sia crocifisso”. Alla resa dei conti nessuna delle due farà credito a Gesù. Nel vangelo di Matteo soltanto il centurione romano, un pagano, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, arriveranno a una solenne professione di fede: “Davvero costui era Figlio di Dio”. Ai piedi della croce la folla osannante è sparita. Hanno disertato i discepoli. A distanza si affacciano alcuni passanti e sentenziano i capi dei sacerdoti con gli scribi e gli anziani, rappresentanti della folla del crucifige. Avversi a Cristo, lo liquidano sbrigativamente come il Signor nessuno. Mentre pretendono segni della sua divinità (“salva te stesso, se sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!”), si rivelano privi di umanità di fronte ad un crocifisso: nessuna compassione, nessuna considerazione per un innocente. Una presunzione di saperla lunga sul mondo e su Dio, ma il cuore è vuoto. Mentre si sa che è la pietà, la compassione per la persona umana, a tenere aperta la via all’incontro con Dio. Sono il segno della premura di Dio per ogni sua creatura, il tocco permanente della sua paternità. Il centurione pagano, “alla vista di quello che succedeva”, si lascia avvolgere dal mistero della morte di Gesù. Non è una morte qualunque. Nel suo ruolo doveva essere il più distaccato dagli eventi e invece è colpito nell’intimo. Non per l’osanna di un momento o per un crucifige senza pietà. La scossa che fa tremare la terra e spalanca i sepolcri rianima un cuore in arresto, quello di un pagano che vede Dio in un Crocifisso.
