28 giugno 2026 - XIII Tempo ordinario

La radicalità del Vangelo

Gesù non chiede mai qualcosa ai discepoli che non l’abbia lui per primo vissuta. È lui infatti che ha amato Dio Padre più dei suoi genitori: “Non sapevate che devo attendere alle cose del Padre mio?”. È lui che ha portato la croce e vi è morto sopra. È lui che ha perso la sua vita e non l’ha considerata un patrimonio da disporre in proprio. È lui che ha chiesto di essere accolto come profeta e come giusto e ha domandato acqua da bere ad una samaritana. Quando dunque ordina qualcosa ai discepoli chiede semplicemente di fare come lui, chiede di imitarlo. La vita cristiana è imitazione di Cristo, perché solo così si è degni di lui, di appartenere alla categoria dei suoi discepoli, alla comunità della Chiesa. Ciò può comportare scelte anche radicali, perché l’impostazione della propria vita non rimanga centrata esclusivamente su di sé.

Come nel caso della relazione familiare. L’amore per i propri familiari non è messo in discussione dalle parole forti di Gesù “chi ama padre o madre più di me non è degno di me”. Gesù non mette in dubbio la rilevanza della relazione familiare; anzi lui stesso ha denunciato coloro che in nome di una promessa assicurata a Dio trascuravano i propri genitori. La relazione familiare rimane un impegno da onorare. Ma non esclude possibili situazioni di conflittualità, quando il discepolo si trova costretto a scegliere tra Gesù stesso e i familiari. La tradizione cristiana ha formulato questo criterio evangelico: “Nulla anteporre a Cristo”. La fedeltà a lui e la coraggiosa dedizione ai fratelli può comportare di mettere a rischio la vita fino al martirio.

L’appello alla radicalità attraversa anche l’ambito della prova e della sofferenza, in cui non si tratta semplicemente di resistere nel sopportare la croce, ma di assumerla responsabilmente dando ad essa un senso in unione all’offerta che Cristo ha fatto di sé in croce e che rinnova ogni volta nella Messa. E vale anche nell’ambito della vita personale e sociale, per gestire l’esistenza non tanto da padroni, che dispongono di sé e del mondo centrati esclusivamente su di sé, secondo la logica del dono di sé: “chi avrà tenuto per sé la propria vita la perderà, chi avrà perduto la propria vita … la troverà”. Spesso questo criterio è risultato ai più perdente, preferendo la scorciatoia della forza e dell’imposizione di sé: ma la scelta del discepolo sta dalla parte della via crucis, dove il Signore ha perso la propria vita, donandola e così l’ha conquistata.

Vale anche nel campo dell’accoglienza, dove l’ospite va accolto come Cristo stesso: “Quando arriva un ospite è Cristo che arriva” (S. Benedetto, Regola). Quando accogliamo Cristo in noi nel sacramento eucaristico compiamo un gesto responsabile che si traduce nella pratica dell’ospitalità: “l’avete fatto a me”. Anche così si esalta il primato di Cristo. Se siamo degni del Signore imitandolo, avremo come ricompensa il Signore stesso. Il che non è poco, anzi non esiste una ricompensa maggiore.

 

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