20 settembre 2026 - XXV Tempo ordinario

La stessa paga per tutti

C’è qualcosa che diventa a volte una ragione di vita e motivo di preoccupazione e di attesa forte: è la ricompensa, lo stipendio, la remunerazione, il premio, il merito. Ad ogni prestazione deve corrispondere adeguato riconoscimento, la giusta paga. È il senso della giustizia che alimenta questa aspettativa anche nei confronti di Dio. Ma ciò che costituisce una legge nei rapporti umani, non è sempre applicabile automaticamente al modo di agire di Dio. O per lo meno non si ripropone negli stessi termini. Del resto, anche nell’esperienza umana c’è spazio per la gratuità: pensiamo al volontariato, alle prestazioni gratuite, alla generosità che è l’anima del terzo settore, come anche della Chiesa.

La parabola dice che il datore di lavoro ripaga con la stessa e unica moneta tanto chi ha lavorato dall’inizio della giornata, quanto chi è arrivato solo all’ultimo momento. Immediato il disappunto degli operai della prima ora. La parabola va letta nel contesto della vicenda di Israele, che si sente spodestato dalla comunità dei nuovi arrivati, che sono i cristiani, operai dell’ultima ora, che vengono riconosciuti, allo stesso titolo, degni figli di Dio. Come possono costoro fare concorrenza al popolo di Dio eletto fin dall’antichità? Ma anche fra gli stessi discepoli di Gesù circolava l’aspettativa del merito, fonte di rivendicazione di ruoli e riconoscimenti.

La parabola non mette in discussione il valore della giustizia retributiva. Anzi, con la premura dimostrata dal datore di lavoro che esce ad offrire occupazione in più riprese, pone il fondamento a tutto il movimento di tutela dei lavoratori e di promozione dell’occupazione. Ma non è di questo che tratta la parabola. Essa è concentrata sull’unica moneta concordata, come riconoscimento del servizio prestato. Essa costituisce la questione centrale e discriminante della fede, così come è posta dal Vangelo. La fede è infatti l’incontro con la persona di Gesù, e l’unicità e singolarità di questa figura è il tutto che appaga qualunque attesa di chi arriva ad accoglierlo nella propria vita. È lui che è il tutto, oltre il quale non c’è nulla che possa aggiungersi alla pienezza di realizzazione e di felicità umana. È Cristo l’unica moneta che costituisce il premio e la ricompensa della nostra vita come è l’unico criterio di giudizio della nostra esistenza. Lui è la ricompensa adeguata del nostro merito ed egli rimane comunque dono gratuito rispetto alla qualità del nostro servizio. Quanta attenzione e riflessione e dibattito ha dedicato la Chiesa nella sua storia al rapporto tra merito dell’uomo e grazia di Dio! Ma in Cristo vince la grazia, perché l’amore è l’orizzonte entro il quale è racchiusa anche la giustizia. Chi si apre a lui, in qualunque stadio della vita ciò avvenga, ottiene lui come ricompensa pienamente appagante, e non ha motivo per recriminare sulla ricompensa degli altri. “In nessun altro c’è salvezza”: Gesù Cristo è l’unico Salvatore e il tutto per noi.

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