26 aprile 2026 - IV domenica di Pasqua

Pastore e porta

L’immagine più diffusa di Gesù nella Chiesa dei primi tempi è quella del pastore del gregge, che reca sulle sue spalle la pecora smarrita e recuperata. Il quarto vangelo vi dedica un intero capitolo, dove gli interlocutori contestano a Gesù questa identità, perché solo Dio è il Pastore di Israele e arrogarsi questo titolo è una bestemmia, degna di lapidazione. Il capitolo si apre però con una dichiarazione complementare di Gesù: “io sono la porta delle pecore”.

Intende soglia da varcare: in accesso all’ovile per la sicurezza del gregge, e in uscita per raggiungere il pascolo, dove alimentare la vita. Con questa immagine Cristo si presenta come porta di accesso al Regno di Dio, quale rivelatore del Padre e del suo amore e mediatore della vita stessa di Dio, comunicata al gregge che segue lui. Porta di entrata nella relazione con Dio e canale di comunicazione della dignità filiale a cui ogni discepolo è candidato. Ma è anche il varco per raggiungere, sotto la guida sicura del pastore, i pascoli che stanno fuori dall’ovile, nelle praterie del mondo. “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo”. È l’unica porta della vita.

Perciò i vangeli parlano di una “porta stretta”. Non si tratta di un arco trionfale, ma di un passaggio delimitato e ben definito dalla singolarità di Gesù. “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.” Non a caso la prima figura del cristiano è stata il martire. Da non intendersi solo in relazione al sacrificio cruento della vita, perché esiste anche il martirio quotidiano di chi percorre diligentemente il cammino della fede, la lotta di ogni giorno. La figura della porta stretta richiama la coerenza e la fedeltà vissuta all’interno della propria situazione e delle proprie responsabilità familiari, sociali, ecclesiali, sognando una dedizione incondizionata e vivendo una passione quotidiana nascosta nell’ordinario e nella ferialità della propria vita. E le vocazioni di speciale consacrazione hanno una testimonianza esemplare da offrire sotto questo profilo. Cristo “quando ci conduce al Padre chiama sé stesso porta; quando si prende cura di noi, ha nome pastore”.

Non si tratta di una porta blindata, che sbarra l’ingresso, ma di una porta che si spalanca a chi bussa. Egli, infatti, apre la porta di accesso alla vita nella Parola proclamata, nel gesto sacramentale amministrato, nelle figure esemplari di credenti, nella condivisione fraterna, nella immersione nel mondo alla ricerca di pascoli da lui assicurati. “Tu sei via per chi cammina e porta per chi bussa”. Porta che si apre a chi bussa nel tempo di grazia e di misericordia che si estende a tutta la storia terrena, fin quando la porta sarà chiusa e il Pastore separerà le pecore dai capri. Non è ancora finito il tempo della Porta aperta per entrare nell’ovile e per uscire, guidati dal Pastore, a trovare pascolo sicuro.

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