8 novembre 2026 - XXXII Tempo ordinario: Pronti, come lampade mai spente
Pronti, come lampade mai spente
Le lampade illuminano una notte di attesa. Lampade sempre accese, mai spente, per contrastare il buio della notte. Luce anche fioca, ma accesa sempre: in senso figurato, è la capacità di reagire, di cercare soluzioni, di non arrendersi, di non ritirarsi, per vivere nuove opportunità, assicurarsi un futuro, rigenerare il proprio percorso. Che è il contrario dell’essere spenti, delusi, rassegnati (non cambia niente, non serve a niente…). La vita conosce le sue notti, ma la prova può anche essere occasione in cui confermare la determinazione a non lasciare l’ultima parola al buio e a non desistere, come insisteva s. Paolo: “Non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo”. Lampade mai spente: indica anche l’interesse per prospettive alte, luminose, per dare ulteriore impulso alla vita, per ideali per cui valga la pena addirittura sacrificare la vita.
La parabola parla dell’attesa di un evento festoso, non di un imprevisto che incute paura. L’animo non è turbato, ma contento di incontrare una figura amica, e condividerne la gioia nuziale. Ma l’attesa prolungata comporta la scorta dell’olio per la lampada, che non può rimanere a secco: senza olio la luce si spegne. Qual è questa energia rinnovabile che qualifica come sagge coloro che riusciranno ad entrare alla festa? È la fede accompagnata dalle opere di bene, dalla misericordia fattiva, dalla gioia dell’animo, dalla sete della Parola di Dio. Una verginità algida, senza amore, è come l’intelligenza artificiale senza l’umanità. La fede senza le opere è morta: così la tradizione interpreta la figura delle vergini stolte.
Una scorta non condivisibile con chi si è accontentato di una osservanza minimale, di una pigrizia senza slancio, di una soddisfazione per traguardi mediocri, del mancato investimento dei talenti messi a disposizione per ciascuno. Non condivisibile, perché “ciascuno riceverà una ricompensa per le proprie opere e nel giorno del giudizio le virtù degli uni non possono rendere più lievi gli errori degli altri” (san Girolamo). Funzionale a questo giudizio si può intendere il sonno di entrambe le categorie delle vergini, figura del sonno della morte, sorte comune, ma anche soglia oltre la quale ciascuno si rivela per quello che è, rispondendo della propria situazione, dopo che la porta si è chiusa e il tempo perduto o male impiegato non è recuperabile.
Vegliare è essere “pronti”. Cioè essere previdenti, come per il viaggio di un’astronave, dove nulla dell’essenziale, compresa la provvista di scorta, può mancare, pena il fallimento dell’intera avventura. Ma anche essere prudenti, e, senza presumere di sé, restare “in grazia di Dio” per muoversi nel buio dell’esistenza alla luce della Parola di Dio e con la forza dell’Eucaristia. Ed ancora, essere non pigri, ma intraprendenti, animati da intensa passione per un Signore atteso con vivo desiderio e non con indifferenza o svogliatezza, pronti a non deludere l’amico che vuole condividere la sua gioia.
