12 aprile 2026 - II domenica di Pasqua in albis – della Divina Misericordia: La novità di vita del Risorto
La novità di vita del Risorto
La venuta di Gesù risorto produce uno spazio nuovo: lo spazio fisico non ha più barriere rispetto al Signore; egli entra a porte chiuse e offre, con il dono dello Spirito, il valore aggiunto del perdono, che qualifica la relazione con Dio e la vita fraterna a livelli altrimenti impraticabili. È uno spazio nuovo perché entra l’umanità gloriosa del Risorto e guarisce, la fragilità individuale o comunitaria, dissipa il dubbio, fa rinascere la gioia. È uno spazio nuovo perché le chiusure possono essere superate e non ci si sente più soli o abbandonati, bensì rasserenati dallo Spirito del Signore anche in mezzo a prove e restrizioni. Uno spazio “spirituale”, abitato dalla presenza dello Spirito, che il Risorto comunica.
La venuta di Gesù risorto produce anche un tempo nuovo. Quello che era il primo giorno della settimana secondo gli ebrei, o il giorno del sole secondo la cultura occidentale, è diventato il giorno del Signore (domenica) grazie alla resurrezione. È tempo nuovo perché nel tempo della storia terrena si innesta l’eterno della condizione gloriosa del Risorto. E allora la domenica diventa l’emblema del giorno senza tramonto della risurrezione. Non si caratterizza semplicemente in relazione al legittimo riposo dalla fatica del lavoro, ma è proclamazione del destino umano proiettato nella condizione dell’eternità beata. Senza questa novità ritorniamo al Dio Tempo pagano, che divora i suoi figli: non l’eternità, ma il consumo delle esperienze, lo spreco delle opportunità. Lì la domenica diventa solo fine settimana (week-end), cura domestica o di sé, tempo di svago o di evasione, spesso dimentico del “ricordati di santificare le feste”. E se parliamo di “domenica della divina misericordia” non intendiamo proporre un volto “buonista” di Dio, ma il significato della dimensione nuova che la creazione assume nell’incontro del tempo con l’eternità a motivo del Risorto, mediatore del “Dio di eterna misericordia”.
E ancora, Gesù risorto manifesta una umanità nuova, in un corpo nuovo che porta in sé i segni della passione, grazie ai quali vuole essere identificato. Come dice rivolto a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Quelle piaghe sono costitutive della sua condizione di risorto e, senza di esse, mai può essere riconosciuto. Per cui la nostra fede non deve ridursi alla ricerca di conferme trionfalistiche o di successo o di gloria terrena, ma può riconoscere la presenza del Risorto nelle vie ordinarie, nel quotidiano, nei luoghi e nei tempi spesso segnati dalle piaghe della vicenda umana, come capita con le crisi della nostra epoca, o nelle situazioni umane dove più difficile è avvertire un intervento risolutore del divino. Se ci imbattiamo nelle piaghe dell’umanità, facciamo attenzione: lì è Cristo risorto che vuol essere visto e riconosciuto e dice: “Sono io”. Mai stanco di sorprenderci soprattutto con la sua Misericordia.
